mercoledì 18 dicembre 2013

Supercalifragilistichespiralidoso

Il vecchio CBCR (Cresci Bene Che Ripasso) ha di recente preso una nuova connotazione nella mia mente. Settimana scorsa ho passato un pomeriggio con un'amica e il suo bimbo di 17 mesi, stupendo perché molto tranquillo e sorridente.
Ho avuto modo di notare che i bambini sotto i due anni non parlano, emettono suoni. La mamma e il papà li comprendono e per ciascun suono hanno imparato ad abbinare le intenzioni espressive del proprio frugoletto, con la precisione invidiabile dell'archeologo che decifra la Stele di Rosetta. Io no.
In mezzo a versetti e risolini mi diverto moltissimo, ma non ti capisco amico, scusami. Cioè aiutati almeno con i gesti, fammi dei segni inequivocabili, altrimenti non ti seguo.
Posso roteare come un derviscio per una mezz'ora facendoti ballare sulle note immortali di 44 gatti in fila per 6 col resto di 2, posso giocare a cucù nascondendomi dove ti pare pur di farti ridere e fingere di tirare fuori oggetti dalla borsa senza sosta come Mary Poppins, ma poi tu dovresti fare lo sforzo di esprimerti con chiarezza. Lo so, stai imparando, ma io non ho pazienza e non amo i rebus, quindi ti lascio nelle braccia della tua mamma e mi rassegno al fatto che potrò iniziare ad avere un rapporto soddisfacente con te intorno agli 8-10 anni, quando parlerai e ti esprimerai con proprietà di linguaggio. Allora ti racconterò un sacco di cose, ti dirò che io e la tua mamma siamo state giovani e scapestrate insieme e potrò farti ridere con tanti aneddoti stupidi ma veri, come me e Barbara.
Sembra cinismo, si tratta di semplice ignoranza di un mondo che forse scoprirò solo quando diventerà il mio. La verità è che di questi piccoli umani buffi e teneramente diabolici, per il momento, ho paura.



Messaggio per te

Ultimamente capita che le amiche e gli amici mi chiamino o mi scrivano per dirmi che hanno letto qualcosa qui e che li ho fatti ridere.
Mi confessano anche di avere delle vere pellicce nell'armadio, ma di coniglio e comunque regalate. E si ride ancora di più, ma assieme.
La cosa mi riempie davvero di super gioia e contentezza ed è come se ci fosse un filo invisibile che tiene unite tutte le persone a cui voglio bene e che - vicine o lontane - possono mantenere un appuntamento con me e con le mie stupidaggini.
Per cui, anche se non ho ancora chiaro che direzione dovrebbe prendere questo blog e cosa dovrà diventare "da grande", mi prendo tutto il bello che ne viene e me la godo.
Semplicemente grazie a voi perché ci siete, nella mia vita e qui.



lunedì 16 dicembre 2013

A tavola non siamo tutti uguali

Ieri ho pranzato con amici a casa dei miei. Durante le varie chiacchiere leggere da domenica in famiglia mia madre mi ha dato la seguente notizia: il 2014 sarà ricordato come l'anno in cui la carne di cane sarà liberalizzata dalla Comunità Europea.
Cioè sarà possibile vendere e comperare carne di cane a scopo alimentare.
Onestamente per qualche secondo ho accarezzato l'idea di diventare un'estremista vegana. Pensiero che mi tocca ogni volta che la brutalità di qualche video o di notizie particolari (come questa) arriva al mio orecchio.
Poi ci ho pensato meglio e alla fine ho ritenuto che possedendo un cane di oltre 40 kili la risposta giusta poteva stare anche nel vederlo alla macelleria più vicina e capire quanto ne potevo ricavare. 
Ma del resto, se solo nel nostro paese ci sono sfumature gastronomiche sottilissime e addirittura nella stessa regione il medesimo piatto ha due o tre varianti diverse, come pretendere che tutto il mondo mangi le stesse cose?
Si tratta di tradizioni e culture molto lontane dalla nostra. Ad esempio, tornando a Sambuca, per i musulmani il cane è un animale impuro (come il maiale), quindi per loro vedermi andare a spasso con lui è come vedermi passeggiare con un porco al guinzaglio.
In India la mucca è sacra e qui invece ci mangiamo le meglio bistecche. Insomma tutta questa sensibilità è alla fine a senso unico, cioè ci sentiamo toccati solo da quello che per tradizione e cultura ci è stato inculcato come corretto. Alla fine quindi il cane a tavola vale come il cavallo o il coniglio o la mucca o il delfino.
Pare che ora io stia per linkare una cosa che non c'entra un cazzo, invece c'entra.
E' il trailer di un progetto più ampio, di un amico. Parla di emozioni e di viaggi e di diversità e io lo condivido qui.




giovedì 12 dicembre 2013

Amore a quattro zampe

Certe volte la differenza tra una giornata ricca di avventura e una molto noiosa la fa l'amico a quattro zampe, un cane preferibilmente. Lo preciso per gli amanti dei gatti o per quelli che pensano che criceti e furetti siano animali da compagnia (non lo sono!).
L'operazione indispensabile della passeggiata, almeno due volte al giorno, regala una quantità inesauribile di spunti sui quali ridere e incazzarsi e riflettere.
Nella stessa giornata mi è capitato di discutere con un perfetto estraneo infastidito da me e dal fatto che il mio cane stesse annusando il muro di casa sua (era convinto che la pisciata fosse poi garantita), di terrorizzare la vecchietta del negozio di antiquariato e chincaglierie con vetrina su strada che ha avuto la malaugurata idea di mettere in bella mostra una specie di terrier bianco impagliato scatenando così la furia cieca di Sambuca, che l'ha naturalmente preso per vero. La strana immobilità dell'altro non l'ha turbato.
C'è poi la matta del quartiere che ha stabilito che lui sia il cane di Dio. Ho provato in ogni modo a spiegarle che il cane è Mio e non di Dio, come prova il fatto che trova me al freddo in giro a pisciarlo e non certo Dio. Ma pare che questa spiegazione sia troppo empirica e quindi inaccettabile.
Quella di spaventare il proprietario del banco dei canarini al mercato del venerdì è praticamente una liturgia di cui nè io nè lui ci priveremmo mai, solo perchè facciamo esplodere un casino da finale di Champions League in una tranquilla mattina milanese.
Tutti validi motivi quindi per amare il proprio orso peloso come nient'altro al mondo. Quando poi lo porti a lavare e te lo restituiscono con addosso una collanina che manco a Copacabana, la giornata prende per forza la piega giusta, e io ridendo ringrazio.



mercoledì 4 dicembre 2013

Twister

Una settimana intera di sole e cielo azzurro, con la sola parentesi di una giornata in cui è scesa appena un po' di neve, è già un buon motivo per essere allegri e positivi.
Hanno riempito di nuovo il Naviglio e stasera mi attende una cena di tutto relax con due amiche e i loro racconti.
Praticamente l'estasi.
Noto però che la felicità non piace, bisogna più o meno lamentarsi senza sosta, per una cosa qualsiasi, quindi forza, ci metto poco ad allinearmi, sono nata polemica.
Ci penso un secondo e decido che desidero parlare male di quelli che trovano il coraggio di prendersela con fervore e di manifestare un senso civico integerrimo solo con gli extracomunitari.
La faccenda è piuttosto semplice: sui mezzi pubblici la rissa è sempre pronta a esplodere per motivi assortiti. Ma se c'è la possibilità di dare una bella lezione di civiltà a qualche straniero meglio ancora. Vecchiette che fino a pochi istanti prima erano accartocciate sui loro carrelli in uno stato di pre enfisema polmonare iniziano a inveire, in una ritrovata energia educativa.
Gli argomenti sono nobili, tipo che il magrebino con la tuta da imbianchino si deve reggere bene per non franare addosso ai vicini (vero ma se lo avessi fatto io non si sarebbe mai rivolto nessuno in quel modo). Oppure cacciare a male parole la donna con velo che sale sulla 90 con passeggino e 3 bambini oltre alle borse della spesa. Certo lei è un po' ingombrante e c'è da farle spazio, ma se fosse stata una ragazza italiana chi mai avrebbe osato dire che è indecente salire così carichi sull'autobus? Vogliamo dire che sull'autobus ci puoi salire solo se sei agile, flessuosa e possibilmente magra? E tu allora con 'sto carrellino e quel portamento da mummia? Non mi stai forse intralciando? Si, ma ti tollero, anche quando mi chiedi con tono dolce "scusi, scende alla prossima?" e quando ti dico di no mi proponi l'equivalente di una partita a twister, carrellino compreso. 
C'è molta intolleranza, nei giovani come negli anziani, ma non è un motivo per prendersela con chi è in minoranza.
Poi finisce che i bambini imparano che offendere un extracomunitario non è un'offesa e ci ritroviamo 13.000 ragazzini che gridano "merda" allo stadio all'indirizzo di un giocatore.
Ah questo è già successo.



sabato 30 novembre 2013

No Surprises

Non per dire, ma che oggi ci saremmo tutti svegliati con la neve si sapeva già da martedì. Se mi si voleva togliere anche quell'elementare senso di stupore nello scostare le tende, sveglia da poco e piedi sulle piastrelle, e vedere tutto avvolto da quella speciale magia ovattata, bene, è andata. 
Certamente mi si potrebbe contestare che non sono costretta a guardare le previsioni, ma in ogni caso è da tutta la settimana che parlando con gli amici si commenta la sicura neve di sabato. 
Quindi stamattina mi sono alzata, ho scostato la tenda, ho visto la neve scendere, ho maledetto meteo.it e sono tornata a letto, senza nemmeno un brivido di piacere, sapevo già tutto.
Le previsioni del tempo e il controllo web di tutto quello che ci riguarda e ci circonda mi ha privata di una gioia piccola ma che mi portavo da sempre, da quando ero piccola.
E allora per rispondere oggi mi vesto come l'abominevole donna delle nevi e passo il pomeriggio sul terrazzo ad addobbare il mio abete vero, con gli aghi che se non stai attento ti pungono e ti si infilano sotto le unghie, respirando forte l'odore dell'inverno.




mercoledì 27 novembre 2013

Pelo e contropelo

Le pellicce ormai esistono solo in Brianza, non luogo geografico, ma stato dell'anima. Cosa mi tocca vedere con questi stanchi occhi ogni giorno è presto detto: agguerrite donne di mezza età con chiara tendenza a sperare di dimostrare almeno vent'anni meno. Il modello a cui tendono è Grecia Colmenares ai tempi di Topazio, capello biondo fluente del genere "dietro liceo, davanti museo", gioielleria visibile da cento metri prima e da settimana scorsa il must-have: la pelliccia.
Quello che non smette di stupirmi è che qualcuno qui in zona deve aver sparso la voce che il pelo è tornato di moda. In nessun altro posto - Milano per dire, che di cose strane ne offre costantemente - ho visto un revival così massiccio.
Addirittura al mercato, che qui a Monzabrianza è appuntamento imperdibile di ogni sciura rispettabile il giovedì mattina, è presente il banco delle povere bestiole. Diciamo che con una base d'asta di mille eurini ti porti a casa il tuo bel marchio di fabbrica della Topazio brianzola, chiaramente accettano le carte di credito.
Posto l'unico pelo di cui sono disposta a circondarmi.



martedì 26 novembre 2013

L'importanza di essere Franco

Oscar Wilde, con quel modo tagliente e cinico, tutto anglosassone, di presentare le cose, mi è sempre piaciuto più degli altri suoi contemporanei. Mi ha sempre affascinata l'ironia come arma di distruzione di massa, per dire tutto quello che realmente pensi, ma facendo finta che tutto resti in una dimensione di puro scherzo. Si possono dire cose orrendamente sincere, direttamente e senza nemmeno essere scortesi... ah che bellezza l'ironia.
Quest'estate alcuni amici palermitani mi hanno dato un soprannome che mi sento perfettamente addosso e che credo mi rappresenti piuttosto fedelmente: Franco.
Ora, superato lo scoglio di genere, considerato che al femminile del resto mi ha sempre fatto schifo e, in ultima analisi, capito che Franco u Vastiddaru è un punto di riferimento gastronomico notevole nella fitta mappa di golosità palermitane, ho proprio capito che per me è importante essere Franco.
E la figata vera è che, dentro questo soprannome/concetto/modo di essere, ci trovo e ci butto dentro una marea di cose, cose che mi piacciono tutte o forse non proprio, ma sono le mie.
Poi diciamolo, il novanta per cento dei film d'azione più belli ha un protagonista che si chiama Frank, Frankie o Frensis. Che è un po' come ci si deve sentire ogni giorno per andare avanti, protagonisti del proprio fottutissimo film.






mercoledì 20 novembre 2013

Egoismo e condivisione

Non capirsi a volte è utile. Cioè serve se poi almeno uno dei due si domanda per quale motivo non c'è più la complicità di prima e tutto sembra girare al contrario di come dovrebbe e di come ha girato fino a quel momento.
Cambiano le circostanze, cambiano le persone, deve cambiare anche il modo di capirsi e di condividere.
La condivisione non si può pretendere, non si può forzare, ma si può comunque scegliere di essere onesti con se stessi, cosa che per lo più consente di esserlo anche con gli altri.
A volte mi è capitato di pensare che il mio amore e il mio affetto non fossero ricambiati con la stessa profonda visceralità con cui io a mia volta li elargivo. In certi casi mi impermalosisco con niente.
Sbagliavo, e di grosso anche. Proprio come in una storia d'amore anche in amicizia c'è il momento in cui bisogna aprire tutto e darsi, senza risparmio, senza guardare il ritorno. Il momento per ricevere arriverà, non nell'asettica consequenzialità di un reciproco scambio, ma quando ce ne sarà bisogno.
E allora anche quando la tentazione di cedere al bieco egoismo è forte e bussa insistente, c'è da restare saldi nella propria poltrona e dare, dare senza risparmio. Unicamente perché se in quel momento sei in grado di farlo non hai davvero alternative, sarebbe egoismo negarsi. E va bene permalosa, ma egoista no.


martedì 19 novembre 2013

Non etichettatemi

Di cose strane se ne sentono parecchie, ma questa merita proprio. Negli anni '80 andava di moda comperare abiti firmati e poi lasciare l'etichetta in bella mostra, status simbol inalienabile e dichiarazione pubblica di benessere, su una manica.
Oggi no, oggi la si nasconde e ci si esce assieme.
Mi spiego meglio: l'etichetta non si esibisce più ma nemmeno si stacca, no si imbosca per benino e si è pronte. Via a trascorrere una bella serata sfoggiando quel che più ci piace, tanto poi il giorno dopo si restituisce al negozio, l'etichetta è lì per quello no?
Scoprire questa pratica mi ha messa di fonte a due verità incontrovertibili: la prima è che io sono una fessa indefessa e a certe cose mai farò l'abitudine, la seconda è che preferivo i finti yuppies.
Nell'etichetta "cachemire" preziosamente conservata sulla manica del cappotto trovo un che di naif, un po' come schiarirsi la voce, salire sulla sedia e recitare la poesia. La faccia almeno ce la stai mettendo, seppure in una figura potenzialmente di merda.
Nella nuova versione della fighetta 2013 invece non c'è coraggio, non c'è orgoglio esibito, anzi, ci sono sotterfugio e magheggio, mala fede e ostentazione di un guardaroba che in realtà non è il tuo.
E poi, sopratutto, che poca personalità, che poco stile, che tristezza. Manco capace di decidere cosa ti piace e scegliere di comperartelo.
Infine, mi chiedo, a me di solito succede che ogni etichetta prude e irrita e quindi taglio via e strappo come una forsennata, che si tratti di Tezenis, mutanda a 2,99 euro, o che sia un cappotto di Moschino, ma come fate ad andare in giro coi cartellini attaccati?!?


mercoledì 13 novembre 2013

Tutti vogliono il mio free drink

Basta uscire, andare all'Alcatraz, che ormai è un po' il prolungamento del soggiorno di casa di tutte noi, ritrovarsi assieme ad aspettare di saltare e cantare e ballare come le pazze, non farlo perchè le canzoni non erano quelle che volevamo noi, ma bere svariati litri di birra e riderci sopra. 
Ecco qua, il grande mistero del divertimento svelato. 
Certo ieri sera c'era la spinta in più... ma andiamo con ordine. 
E' cosa nota che la birra media all'Alcatraz costi sei fottutissimi s-e-i euro, cosa che trovo immorale per svariati motivi, primo fra tutti per le quattro monete di resto che mi tocca sciropparmi ogni volta. Per non parlare del fatto che tanto è birra della peggiore qualità e praticamente è un furto legalizzato. Del resto se il locale si chiama Alcatraz qualche motivo ci sarà. 
Dopo il primo giro di birre pagate da brave bambine salta fuori il braccialetto magico, quello che abbinato ad un bel sorriso smagliante permette a chi lo indossa l'accesso nel privèe (che poi è un soppalco pulcioso e male aerato) in cui svetta la presenza dell'open bar. Fin qui diciamo, niente che non sia già capitato altre volte.
La svolta di ieri è stata generata dal fatto che all'open bar i drink venivano serviti in bicchieri di plastica rigida e quindi è partito il gioco "bevi bevi che mi faccio il servizio da trentasei".
Tra persone normali ovviamente ci si sarebbe fermati molto prima, ma noi no, noi amiamo la competizione e se una dice che vuole il servizio da trentasei, noi obbedienti, beviamo come delle spugne perchè la missione si compia con un trionfo.
Tornando a casa, senza bicchieri (perchè dopo otto traslochi impari che la lontananza da ogni bene materiale fa stare meglio e soprattutto limita il numero di scatoloni), ho pensato che di serate così spensierate ne vorrei altre mille. Ve ne regalerei ogni sera di bicchieri, solo per vedere quei sorrisi larghi e quelle belle facce piene di serena felicità.



martedì 12 novembre 2013

Oggi è un addio

Ti conosco da dieci anni e non so più chi sei e fa male, cazzo se fa male. Non è successo proprio oggi, o ieri, è successo da tempo, solo che probabilmente non l'ho voluto vedere, perchè mi avrebbe ferita troppo. Capita poi che la vita di tutti i giorni ti metta davanti alle cose per come sono, nella loro semplice e cristallina realtà, anche se non vuoi.
Faccio una domanda banale e la tua risposta mi destabilizza completamente, come un pugno in faccia dato da un pugile. Non mi saltano i denti fuori dalla bocca, però resto rintronata, grugno a terra. Nel mio angolo ci sono angeli delicati che cercano di ricacciarmi indietro le lacrime, che mi detergono il sudore e tentano di convincermi a rimettere i guantoni, a lottare.
Io forse non ce la faccio però... del resto tu stai raccogliendo l'applauso del pubblico, sorridi felice e alzi le braccia, già pensando al prossimo incontro, alla tua gioia attuale.
Non capisci che per me si parla di ritiro, che non trovo più le ragioni, nel mio cuore, per tenere questi stupidi cocciuti piedi sul ring. La fiducia totale in te, l'amore puro e sincero, il tifo incondizionato per tutto quello che ti riguarda, lo sguardo benevolo e attento alle tue scelte, la giustificazione sempre e comunque.
Ci sono delle regole, anche sul ring, tu non le rispetti da tempo, io ho finto di non accorgermene, ma non ora. Non posso più, non con gli occhi pieni di lacrime e il cuore alla deriva.

Affinità elettive

Ci sono persone che amo, ma non capisco. E sono tante. Alcune fanno parte di un albero genealogico condiviso e quindi negli anni ho imparato a gestirle, non potendo del resto farle deflagrare, altre invece me le sono andata a pescare chissà dove e ora girano nella mia vita con un grande punto interrogativo sottobraccio.
Pare chiaro che non tutti possano o debbano essere da me capiti. Però aiuterebbe, almeno con gli amici diciamo.
L'equivoco si basa sul fatto che per me il concetto di amicizia è molto vicino alla somiglianza. Mi sento davvero amata e a mio agio solo se trovo sorellanza in uno sguardo, in un sorriso, in una telefonata gentile o forse anche solo in uno sguardo complice. 
L'interrogativo che gira nell'aria, in questo freddo e ventoso autunno, è il seguente: ha senso mantenere in vita un rapporto di amicizia se si smette di capire e, quindi, di essere capiti? Se la vita dell'altro ti calza come una Sergio Rossi col calzettone di spugna, si va avanti lo stesso? 
L'interrogativo non mi abbandona già da tempo ed è anche diventato argomento di confronto con chi invece di punti interrogativi sotto al braccio per me non ne ha e non ne ha mai avuti. Occhi limpidi e verdi, che ogni giorno sono lì, con complicità, per me.






giovedì 7 novembre 2013

Happy Hour

Il momento che più mi piace della giornata è quell'ora particolare, fra le sette e le otto, in cui torno a casa e trovo la mia vita che mi aspetta.
Inizia tutto lì. Può essersi verificata qualsiasi cosa durante la giornata, non importa. Uno dei miei due amori mi scodinzola felice incontro, sperando subito in una bella passeggiata assieme, l'altro non mi corre incontro ma mi aspetta, che non è poco.
La mia vita inizia con l'happy hour, al netto di quei otto euro per pizzette rinsecchite e bevute annacquate. 
Apro la porta, sento odore di casa e mi rilasso. Subito inizia il fitto chiacchiericcio in cui ci si racconta quello che è successo al lavoro oppure qualche novità riguardante amici e parenti. 
La faccenda si fa seria quando pronuncio la fatidica frase "che ci mangiamo per cena?"ma a parte questo picco drammaturgico la trama si svolge serena e fila spedita.
La serata passa sempre troppo velocemente e in un attimo sta già suonando la sveglia, un bacio frettoloso dato a occhi sigillati e la giornata è pronta per inghiottirci.
Dovrebbe essere tutto alla rovescia, otto ore per stare con le persone che amiamo, occuparci di loro, avere il tempo per guardarle in faccia e condividere qualcosa. Poi le ultime due o tre ore della giornata le potrei pure dedicare a produrre, mica sto dicendo che non si debba più lavorare del tutto...




domenica 3 novembre 2013

Svegliarsi male

Basta poco per mandare in vacca l'intera giornata. Nel caso specifico basta un risveglio meno morbido del solito. Le prime ore dopo il risveglio sono per alcuni una fase di transizione delicatissima, come una manovra di un trasporto eccezionale. Luci lampeggianti, cartelli che segnalano il pericolo e almeno un paio di macchine di sicurezza che incanalano il convoglio nella giusta direzione. Se tutte queste complesse manovre non avvengono nell'esatta sequenza e con la delicatezza indispensabile perchè il carico sporgente e ingombrate non travolga quello che sta attorno, si verifica, puntuale, la catastrofe.
Dico catastrofe perchè poi non è così facile rimettere tutto al posto suo, perchè il carico eccezionale mica puoi semplicemente prenderlo e rimetterlo al suo posto, altrimenti non sarebbe "eccezionale", sarebbe normalissimo e tanti saluti.
Allora bisogna chiamare gli esperti, che conoscano la materia e sappiano come intervenire senza fare ulteriori disastri. Gente che di sfaceli e calamità ne sa una cifra, gente che esce di casa con l'elmetto in testa e le scarpe anti-infortunistiche. Gente che sa come traghettarti fuori da una situazione di merda.
Certo, l'importante è lasciare che facciano il loro, concedere un'opportunità. Stamattina forse mi girano troppo anche per far intervenire gli specialisti.



martedì 29 ottobre 2013

Si, viaggiare!

«Le nostre valigie erano di nuovo ammucchiate sul marciapiede; avevamo molta strada da fare. Ma non importava, la strada è la vita» (Jack Kerouac)

Vedere posti nuovi, ritrovarsi in tasca un sorriso, bere con avidità lo sguardo felice e complice dell'altro. La strada è la vita, dice lui, quindi tocca trovarsi un buon compagno di viaggio, dico io.
A me è successo di dover andare fino a New York e sentirmi sola da morire per capire che una storia era finita. Non so più quanti chilometri e quante ore di volo ho dovuto fare per scoprire che anche in un viaggio bellissimo ogni cosa era avvelenata e compromessa, ogni gesto vuoto e stanco.
Al contrario, il compagno di viaggio giusto rende indimenticabile anche un pomeriggio all'Ipercoop di Carugate.
Quindi, caro Jack, ho capito la lezione. Non importa se le valigie sono ammucchiate sul marciapiede e la strada da fare è tanta, come dici tu, è la vita. Importa che chi ti sta accanto non ti rompa eccessivamente le palle se hai un trolley di Hello Kitty e non puoi separarti dai tuoi trenta paia di scarpe. Importa che si viaggi col sorriso, che ci si divida un po' il peso del bagaglio, che si sappia vedere nell'altro la stanchezza e si possa essere in grado di offrire il proprio sostegno.
Per me viaggiare è senza dubbio un ottimo modo per capire in che direzione tira una relazione. Ci sono anche donne perspicaci che non hanno bisogno di tutte queste menate per capire chi hanno accanto, io no, devo preparare uno zaino e stare a vedere.
Se poi al check-in il mio bagaglio pesa meno del suo, faccio dietro front e torno a casa. Da sola.



venerdì 25 ottobre 2013

Minuti preziosi

Oggi sul tram mi ritrovo ad ascoltare due ragazze in chiacchiera. 
"Stasera esco alle 17.06 torniamo a casa insieme?"
"Volentieri, ma a dire la verità io non posso timbrare il cartellino prima delle 17.22, sai stamattina sono arrivata alle 9.12"
Dopo queste due frasi mi sono alzata e ho cambiato posto.
Non ho mai lavorato in contesti in cui mi fosse richiesto di timbrare un cartellino, cosa di cui sono decisamente felice, per cui forse parlo di cose che non conosco. Ma in quale momento della vita si inizia a parlare così, definendo precisamente i minuti e i secondi della propria giornata? Non desidero denigrare a priori quell'atteggiamento - tutto milanese - di organizzare e incasellare tutto, ma così però no. Così state esagerando ragazze. Ho cambiato posto perchè non potevo permettere che una conversazione così ai limiti della follia mi rovinasse la giornata.
Episodi come questi mi fanno capire che forse l'amore fra me e te, Milano, si sta assottigliando.




mercoledì 23 ottobre 2013

Quarto Stato

Oggi mi è stato detto che non posso usare Il Quarto Stato come copertina di un progetto che ho scritto, perché il funzionario a cui verrà presentato è "marcatamente di destra".
Ci sono cose che faccio fatica a spiegarmi: il vortice di lana nell'ombelico, la canzone pacchiana sentita al bar che ti suona in testa e non ti molla più, i cerchi nel grano, perchè Sambuca ogni venerdì voglia litigare coi canarini al mercato. Grandi temi, lo so. 
A questi importanti interrogativi, oggi si va ad aggiungere il restarci male per cose a cui ormai avrei dovuto fare il callo da anni.
Purtroppo pare evidente che non ne sono capace e per certe cose mi si chiude la vena, esattamente come mi si chiudeva dieci anni fa.
Stupidità o genio? Ingenuità o coerenza? Dipende certamente dalle occasioni e da chi ho di fronte.
Stavolta, con uno sforzo notevole per non replicare, ho sobriamente incassato e sostituito Pellizza da Volpedo con un più politicamente corretto Giorgio De Chirico, domandandomi se davvero il funzionario avrebbe riconosciuto Il Quarto Stato e lo avrebbe poi interpretato come una dichiarazione di intenti sovversivi e sinistroidi. Un dipinto del 1901 ancora è da censurare? Pare di si. E non riesco proprio a non prendermela.



(per ritrovare il buon umore, ecco la versione Lego)


martedì 22 ottobre 2013

Siete alieni

Uomini, io non vi capirò mai. 
Onestamente siete alieni, siete altro da me, da noi. Quando proprio una visione mi sorprende e mi destabilizza (leggi: mi fa incazzare a ruota), si può star certi che al volante c'è una mente maschile.
Certo anche le amiche mi fanno impazzire a volte, ma con meno scoppiettanti effetti artificiali. Il maschio mi lascia a bocca aperta, per la grandezza di un pensiero che fa acqua da tutte le parti ma a sentirne l'artefice ha una stringente logica circolare.
L'aspetto positivo della banalità odierna - dopo il tema della felicità affrontato ieri mi restano ancora quei venti o trenta luoghi comuni da approfondire - è constatare che quando li interpelli come amici, raccontandogli le tue paranoie più radicate e profonde, ti sanno aprire gli occhi con rara oggettiva concretezza.
Lo dico perchè lo so, del resto ho la fortuna di avere due grandi amici maschi, persone che in modi molto diversi fanno parte di me e mi conoscono, ma più di tutto mi leggono dentro con facilità, da cima a fondo. 
Così lontani e così vicini, da non capirci niente, da non poterne fare a meno.
Non si sa se, alla fine, ne dico bene o male. Un po' e un po', è che oggi mi sento buona.



lunedì 21 ottobre 2013

Argomenti banali

Scrivere di felicità è un po' una cagata. Argomento astratto, troppo soggettivo, spesso frivolo. Però io questa considerazione la voglio fare, mi serve.
Capita spesso di sentire che non ci si rende conto della propria felicità se non dopo che la si è perduta. Oppure che non si è consapevoli di vivere il momento più bello della propria vita finchè quel momento non è irrimediabimente superato.
La considerazione probabilmente ha qualcosa di vero, un suo perchè. Di base è anche normale credere sempre che la vera figata della tua vita sia giusto lì che ti aspetta, dietro l'angolo, a portata di mano, tra un po'... Questo ragionamento non mi ha mai convinta del tutto.
Lo dico oggi che oltretutto è lunedì, esco da due settimane in cui la salute non è stata proprio ai massimi livelli e il lavoro traballa pericolosamente. Io sono felice. E lo so, cazzo se lo so.
Lo so proprio con chiarezza, senza dubbi, lo so perchè la mia famiglia è attorno a me, in salute, perchè ho amici veri e scelti, intelligenti e presenti. Lo so perchè torno a casa e trovo te, perchè credo che non potrò mai essere più bella di come sono adesso, consapevole dei difetti e meno intransigente, bella nel tuo sorriso che mi accoglie.
Certo ho speranze e sogni, come del resto da sempre, e come del resto tutti. Ma io sono felice adesso, con tutti voi che siete un pezzetto unico e insostituibile di questa felicità che tocco con mano. Di quella felicità che mi fa dire che ho tutto quello di cui ho bisogno, qui e ora. E non mi serve altro.



(voi due, se si parla di felicità, siete la prima immagine che mi bussa)

mercoledì 16 ottobre 2013

Una questione di aderenza

La prima cosa che mi è venuta in mente, per inaugurare questo ritaglio di me, è stata la metafora da vera casalinga due punto zero del bucato a mano. 
Oggi leggo che i ricercatori della Newcastle University hanno studiato il fenomeno delle grinzette da ammollo. Cioè immaginiamo un team di cervelloni che decidono di studiare il perchè delle piegoline morbide alle dita, da brivido.
La cosa suscita in me due reazioni: perchè non ho fatto la ricercatrice alla Newcastle University? mi ci vedo attorno ad un tavolo con esimi colleghi scienziati a dissertare di rughette. 
Non che con il mio attuale lavoro gli interrogativi siano molto più impegnativi, ma qui siamo davanti ad un professionismo che solo il team britannico mi può offrire.
La seconda reazione avviene nella lettura dell'articolo, da cui emerge che si tratterebbe di un retaggio evolutivo, grazie al quale avremmo più presa sugli oggetti. Tutta questione di grip insomma.
E quindi arriva la piacevole consapevolezza che paragonare il blog ad un bucato a mano, benché del tutto casuale, fosse proprio la visione che avevo in mente. 
Perchè ste grinzette, oltre a farmi immaginare di essere ottantenne e con l'artrosi, mi fanno pensare che il grip oggi come oggi, serve.




martedì 15 ottobre 2013

La sedia a stringhe

Oggi ho visto un albero di cachi. 
Ho pensato all'inverno, ad un pomeriggio insieme nella campagna carica di neve, ad una sedia a stringhe, rivolta verso la vallata.
Tu per me sei quel preciso momento, quella sedia, quello che non ci siamo detti: tu sei per me in un albero invernale.
Dicono che i cachi vadano raccolti solo dopo che tutte le foglie sono cadute. Noi due abbiamo aspettato e ora ci godiamo il sapore pieno e gelatinoso di un frutto raro, la nostra complicità.



sabato 12 ottobre 2013

Strisce pedonali

Quando guido generalmente faccio una cosa molto poco milanese, mi fermo per far passare i pedoni.
All'occasione aiuto anche le vecchiette ad attraversare la strada, ma ultimamente di sciurette in difficoltà ad un incrocio se ne trovano sempre meno e soprattutto sono incazzose e diffidenti, capace che rischi pure una borsettata in faccia.
Le ragioni per cui mi piace così tanto fermarmi per un gesto di minima cortesia e civiltà sono grossomodo due: il primo è che mi fa sentire bene, il secondo è che quello dietro si incazza come una iena.
Questa galanteria stradale mi ha messa davanti a una serie di pedoni tipo.
Il pensionato vigile. Ovvero quello che ti fermi, lo guardi, gli fai un cenno perchè nel frattempo non ha fatto nemmeno finta di muovere un passo, poi con la mano ormai in modo inequivocabile tenti di fargli capire che sei ferma lì per lui e niente. Lui alza il braccio e ti fa segno che ti lascia passare, con il tono del "vada, vada lei". Generalmente mi impunto e ostinatamente aspetto che passi lui. Come ti permetti di rifiutare un gesto cortese? Ti piace troppo lamentarti del fatto che gli automobilisti in questa città piuttosto che farti passare ti caricano a bordo eh? 
L'adolescente innamorato. Ha 16 anni, sta andando o tornando da scuola, ha in mano uno smartphone e sta chattando. Attraversa senza nemmeno guardare e in pratica devi frenare solo per evitare di metterlo sotto e di dover terminare al posto suo la conversazione.
La mamma grappolo. Quella che ha attorno a sè, come estensioni del suo stesso corpo, almeno due bambini, un cane, le borse della spesa. Lì ti fermi perchè è divertente veder passare la carovana e soprattutto perchè pensi che un giorno la mamma grappolo potresti essere tu, quindi meglio portarsi avanti col karma.
La signora di mezz'età coi cani. Ha sui 50 anni, almeno due o tre cani al guinzaglio e il sacchettino con la merda raccolta, segno di grande civilità. Sta ferma, fissando le macchine che arrivano, aspetta paziente il suo turno. Quando vede che sei fermo, con le ruote incollate, allora osa attraversare e, con la mano con cui regge le deiezioni canine, ti fa dei cenni di ringraziamento molto calorosi e ti sorride.
Il manager rampante. Questa categoria mi fa venire voglia di smettere di essere gentile. E' in procinto di attraversare, si sta facendo i cazzi suoi parlando al telefono, consultando il suo I-Cal o salvando il mondo. In pratica non guarda, attraversa e basta. Interpreta le strisce come un diritto assoluto di precedenza e quel diritto intende goderselo fino in fondo. Se per caso ti fermi per farlo passare, manco ti ringrazia, ha troppe cose da fare.




giovedì 10 ottobre 2013

Caterina non smettere di cucinare


Per essere oneste io e te non ci siamo mai piaciute. Sei sempre stata troppo sbrigativa e concreta, molto poco affettuosa, per carattere, e io me ne sono sempre accorta.
Perchè adesso magari mi si frega facile, a quei tempi proprio no. Sentivo la tua freddezza e d'istinto mi scansavo. 
Poi sei morta e ho iniziato a capire, a ritrovare in me tratti di belligeranza e di caparbietà visti mille volte in te. Nel frattempo sono diventata anche io una donna e ti ho perdonato quasi tutto. Quasi.
Prima dell'estate ho trovato in cucina da mia madre un quaderno, scritto in un bel corsivo, calligrafia elegante e obliqua, la tua mano.
Sfoglio con calma e trovo tutti i tuoi cavalli di battaglia culinari, ma non solo. Ci resto male perchè io a casa tua ho sempre mangiato i soliti due o tre piatti. Gnocchi al pomodoro - fatti a mano da te - cotoletta, zucchine in carpione. 
Sfoglio e leggo e trovo cose meravigliose, piatti impronunciabili, dal gusto un po' europeo, stramberie in gelatina, fintipesci, note a margine che oggi fanno sorridere facendo parte di un tempo che non c'è più, un tempo in cui io non ero ancora in programma, un tempo in cui tu eri giovane e cucinavi, cucinavi e amavi.
Io ti ho conosciuta che eri già vecchia e da un bel pezzo la voglia di cucinare se n'era andata, come forse lo slancio d'amore più puro e profondo.
Le tue ricette e le tue note a margine sui tempi di cottura o sul prezzo delle pietanze mi hanno parlato forse più di quanto abbia mai fatto tu stessa. Mi chiedo solo perchè tu abbia insistito così tanto per insegnarmi la pittura ad olio ma non mi abbia mai messa con le mani dentro a una fontanella di farina e uova.
Sono passati anni e chissà cosa diresti se vedessi questa me di oggi, forse mi ameresti in un silenzio algido, come tuo solito, e non diresti proprio un bel niente. Ma tanto ormai ti ho capita, stai tranquilla, possiamo fare pace.




mercoledì 9 ottobre 2013

Siamo un ossimoro, io e te.

Un ossimoro, due che di per sè non avrebbero un cazzo da dirsi, anzi, due che discutono e si animano, due che la vedono diversamente su quasi tutto, due approcci diversi alla vita, due respiri che si uniscono, per aiutarmi con Zampaglione, e non sanno manco come.
Di fatto per amare te ho dovuto capire al millimetro chi sono io, dove inizio e dove finisco, limiti e prospettive, verità e bugie, cazzi e mazzi insomma.
Amare te, dopo questo lavoro di taglia e cuci, è anche facile, seppur con le doverose tappe. Tappe che posso riassumere in due azioni fondamentali e salvavita (la mia con te, ovviamente).

Imparare una nuova lingua. Perchè il palermitano non è semplicemente un dialetto, è un modo di essere. Per me, che ormai sono un livello europeo B1 (ascolto e capisco abbastanza, interagisco un poco e il contesto generale mi è chiaro), significa esprimersi con tutto il sentimento che si ha, è la lingua del cuore. Nel bene e nel male, in modo democratico e bilanciato. Per ogni azione il palermitano non si limita ad un commento, no, ti regala una metafora. La prima su tutte, agli albori di un rapporto nord-sud tutto da inventare, fu: "abbiamo ospiti?" Non è dialetto in senso stretto, ma è vettore di una filosofia di vita, dove l'abbondanza è bene. Povera bambina lombarda e denutrita, cresci, dai che ce la puoi fare a friggere 'sta milinciana.

Imparare a cucinare. Come condire un'insalata è stato un tema che ci ha appassionati per settimane, ancora oggi se non mantengo il massimo della concentrazione rischio di sbagliare e di farmi chiedere, immancabilmente, se ho condito o no. Il punto non è la tecnica, ma la quantità. Severamente alle mie spalle osserva e sorride benevolo solo quando il livello di olio raggiunge quello delle foglie di insalata. Insalata che - ca ti manciassero i cani i mannara - deve essere lattuga e in particolare deve essere tagliata in strisce sottili, altrimenti ti senti una tartaruga, amore mio.

Settimana scorsa abbiamo cucinato io e te, anelletti al forno, una ricetta impegnativa, che richiede la preparazione di tante cose e il saperle unire in modo armonioso. Una ricetta tipica palermitana, tanto che per farla abbiamo salito il pacco di anelletti Barilla (ma la cagata degli spot Guido ancora non l'aveva detta) imboscandoli in valigia di ritorno dalle vacanze estive.

Ecco vedi che lo sappiamo come si uniscono i respiri? Facendo gli anelletti al forno, io e te, un ossimoro.


Quanto giudizio!

No, non si tratta di ipocondria, solo di giusta informazione. Grazie al web so sempre di cosa sto morendo.
Ad esempio proprio stamattina so, dopo attente analisi su yahoo answer, supportate da forum moderati da medici veri, di essere affetta da pericoronite. In pratica il dente del giudizio spinge come un sedicenne contro le transenne al suo primo concerto, causando un dolore e un intontimento davvero notevoli.
Sono al terzo antidolorifico e ancora non ho capito perchè non riesco ad aprire la bocca in modo normale e anche le parole escono in sussurri.
In tutto questo è quasi ora di pranzo, ho lo sbrano classico delle ore 13.00 e mi serve assolutamente una bocca di riserva. O magari la carbonara oggi me la frullano?
Come tipicamente avviene questa sera ho una cena con amici e sarà bellissimo tentare di infilarmi del cibo cinese in bocca con le bacchette (che la forchetta è cafona) non potendo contare sull'abituale apertura mandibolare, quella che di solito mi permette di parlare, mangiare e ridere, tutto allo stesso momento.
Yahoo answer mi dice che dopo una terapia di antibiotici e antidolorifici solitamente si procede all'estrazione. Sia chiaro che su questo punto certamente sbagliano, o quantomeno il mio giudizio non lo avranno mai! Quei quattro blocchettoni in fondo alla bocca li ho, mi sono stati forniti, li tengo.
L'unico neo di questo piano perfetto è che non sopporto il dolore. Cioè, lo tollero meglio di qualsiasi maschio di mia conoscenza, ma odio stare male. Mi sento fiacca, piccola, indifesa, svogliata, e non mi piace.
Quindi caro molare in fondo a sinistra, datti una calmata in fretta perchè va bene che sono contro l'estrazione, ma così mi stai sfidando.


martedì 8 ottobre 2013

Cose sorprendenti e zucchine in padella

Fra le tante cose che mi possono ogni giorno stupire, rendendo la mia normalissima vita di trentatreenne un carnevale, metto senza incertezza la telefonata che ho ricevuto domenica pomeriggio.
Panoramica veloce sull'ambiente circostante: divano (sotto), cuscini (ovunque), fidanzato (accanto), un film che nessuno dei due sta guardando e che alla fine entrambi battezzeremo come "una gran cagata, l'hai scelto tu!".
Squilla un cellulare ed è il suo, due chiacchiere veloci e mi passa l'interlocutore misterioso, che è poi sua madre.
Rispondo con baldanza e il mio cervello si prepara a dare il massimo, che neanche una partita a Ruzzle.
Bene signori, mi ha chiesto una ricetta piaciuta moltissimo all'altro figlio, più piccolo, ospite da noi a Milano la scorsa settimana. 
E qui due considerazioni mi squarciano e mi illuminano, come una torcia elettrica di felicità.
La prima: sto parlando di una donna che cucina ai massimi livelli possibili, dico solo che è palermitana per dire che rapporto possa avere con l'arduo compito di sfamare tutti in mille modi creativi e saporiti. Ho detto palermitana, non serve aggiungere altro.
La seconda: la ricetta incredibile, tenersi forte mi raccomando, sono le mie famose zucchine in padella. In pratica due zucchine tagliate a rondelle e buttate sul fuoco con un filo d'olio, acqua e a fine cottura, un mezzo dado di carne, così per insaporire. Roba da cucine da incubo, roba che quando proprio non ne puoi più di pomodori in insalata anche a novembre decidi che malgrado la pigrizia una verdura la puoi anche cucinare di tanto in tanto e ti butti sull'alternativa più facile e rapida che conosci. Ovvero: le zucchine in padella. Nemmeno trifolate, sono proprio buttate in padella e stop. Niente aglio, niente prezzemolo, insomma la mia lombardità fatta a ricetta.
Poi capita la magia che questo super piatto venga apprezzato da chi vive con la regina della melanzana fritta, dell'anelletto al forno e degli involtini di pesce spada e io mi illumino di una felicità piccola ma sincera. Soddisfazioni che vanno assaporate. Ah... rubate pure la ricetta, assaggiare per credere!


(qui si ammirano i tipici "spitini" con le celeberrime zucchine al nulla)

sabato 5 ottobre 2013

Faccio il bucato

Di recente mi è capitato di avere sempre più tempo a disposizione, tempo in meno per lavorare, tempo in più per tutto il resto.
E tutto il resto invece di spaventarmi, spazio vuoto da riempire, mi accoglie e mi stimola, mi offre nuovi interessi e mille possibilità.
Questa scoperta di un tempo solo mio e di una potenzialità prima inespressa, stritolata dentro le otto-dieci ore lavorate a testa bassa, mi riempie di un'euforia che provo solo quando mi ritrovo in qualcosa di davvero inatteso. Come infilarmi nei jeans più stretti che ho senza aver fatto nulla per entrarci, come scoprire una nuova amica, come ritrovare il basilico ancora vivo al ritorno da un lungo viaggio, come il sapore buono di qualcosa che prima non mi convinceva.
Felicità che voglio espandere e condividere, e lo faccio così.
Tempo a disposizione per pensare a quello che ho attorno e per studiarlo più a fondo. E anche se poi alla fine non è che scavo e trovo sempre cose belle e basta, che va bene essere felici ma mica tutti i giorni, che sennò sarei semplicemente scema, mi serve uno spazio. 
Uno spazio in cui posso lasciare questi pensieri nuovi in ammollo per un po', stenderli ad asciugare per poi raccoglierli e vedere se durante il lavaggio per caso si sono ristretti o scoloriti. Però faccio un bucato a mano, non in lavatrice, non mi basta mettere il detersivo e schiacciare un bottone. Qui voglio bagnarmi le mani, farmici venire le grinzette e i bordi bianchi, fare una bella schiuma e sentire il profumo del sapone. Risciacquare con calma osservando l'acqua sporca e colorata che scivola via, sfregare bene e poi strizzare tutto con energia e convinzione. In fine, trovare un posto creativo in cui stendere, attaccando le mutande al rubinetto della doccia, posando un calzino sul termosifone, appendendo un vestito accanto alla tenda della doccia.