martedì 29 ottobre 2013

Si, viaggiare!

«Le nostre valigie erano di nuovo ammucchiate sul marciapiede; avevamo molta strada da fare. Ma non importava, la strada è la vita» (Jack Kerouac)

Vedere posti nuovi, ritrovarsi in tasca un sorriso, bere con avidità lo sguardo felice e complice dell'altro. La strada è la vita, dice lui, quindi tocca trovarsi un buon compagno di viaggio, dico io.
A me è successo di dover andare fino a New York e sentirmi sola da morire per capire che una storia era finita. Non so più quanti chilometri e quante ore di volo ho dovuto fare per scoprire che anche in un viaggio bellissimo ogni cosa era avvelenata e compromessa, ogni gesto vuoto e stanco.
Al contrario, il compagno di viaggio giusto rende indimenticabile anche un pomeriggio all'Ipercoop di Carugate.
Quindi, caro Jack, ho capito la lezione. Non importa se le valigie sono ammucchiate sul marciapiede e la strada da fare è tanta, come dici tu, è la vita. Importa che chi ti sta accanto non ti rompa eccessivamente le palle se hai un trolley di Hello Kitty e non puoi separarti dai tuoi trenta paia di scarpe. Importa che si viaggi col sorriso, che ci si divida un po' il peso del bagaglio, che si sappia vedere nell'altro la stanchezza e si possa essere in grado di offrire il proprio sostegno.
Per me viaggiare è senza dubbio un ottimo modo per capire in che direzione tira una relazione. Ci sono anche donne perspicaci che non hanno bisogno di tutte queste menate per capire chi hanno accanto, io no, devo preparare uno zaino e stare a vedere.
Se poi al check-in il mio bagaglio pesa meno del suo, faccio dietro front e torno a casa. Da sola.



venerdì 25 ottobre 2013

Minuti preziosi

Oggi sul tram mi ritrovo ad ascoltare due ragazze in chiacchiera. 
"Stasera esco alle 17.06 torniamo a casa insieme?"
"Volentieri, ma a dire la verità io non posso timbrare il cartellino prima delle 17.22, sai stamattina sono arrivata alle 9.12"
Dopo queste due frasi mi sono alzata e ho cambiato posto.
Non ho mai lavorato in contesti in cui mi fosse richiesto di timbrare un cartellino, cosa di cui sono decisamente felice, per cui forse parlo di cose che non conosco. Ma in quale momento della vita si inizia a parlare così, definendo precisamente i minuti e i secondi della propria giornata? Non desidero denigrare a priori quell'atteggiamento - tutto milanese - di organizzare e incasellare tutto, ma così però no. Così state esagerando ragazze. Ho cambiato posto perchè non potevo permettere che una conversazione così ai limiti della follia mi rovinasse la giornata.
Episodi come questi mi fanno capire che forse l'amore fra me e te, Milano, si sta assottigliando.




mercoledì 23 ottobre 2013

Quarto Stato

Oggi mi è stato detto che non posso usare Il Quarto Stato come copertina di un progetto che ho scritto, perché il funzionario a cui verrà presentato è "marcatamente di destra".
Ci sono cose che faccio fatica a spiegarmi: il vortice di lana nell'ombelico, la canzone pacchiana sentita al bar che ti suona in testa e non ti molla più, i cerchi nel grano, perchè Sambuca ogni venerdì voglia litigare coi canarini al mercato. Grandi temi, lo so. 
A questi importanti interrogativi, oggi si va ad aggiungere il restarci male per cose a cui ormai avrei dovuto fare il callo da anni.
Purtroppo pare evidente che non ne sono capace e per certe cose mi si chiude la vena, esattamente come mi si chiudeva dieci anni fa.
Stupidità o genio? Ingenuità o coerenza? Dipende certamente dalle occasioni e da chi ho di fronte.
Stavolta, con uno sforzo notevole per non replicare, ho sobriamente incassato e sostituito Pellizza da Volpedo con un più politicamente corretto Giorgio De Chirico, domandandomi se davvero il funzionario avrebbe riconosciuto Il Quarto Stato e lo avrebbe poi interpretato come una dichiarazione di intenti sovversivi e sinistroidi. Un dipinto del 1901 ancora è da censurare? Pare di si. E non riesco proprio a non prendermela.



(per ritrovare il buon umore, ecco la versione Lego)


martedì 22 ottobre 2013

Siete alieni

Uomini, io non vi capirò mai. 
Onestamente siete alieni, siete altro da me, da noi. Quando proprio una visione mi sorprende e mi destabilizza (leggi: mi fa incazzare a ruota), si può star certi che al volante c'è una mente maschile.
Certo anche le amiche mi fanno impazzire a volte, ma con meno scoppiettanti effetti artificiali. Il maschio mi lascia a bocca aperta, per la grandezza di un pensiero che fa acqua da tutte le parti ma a sentirne l'artefice ha una stringente logica circolare.
L'aspetto positivo della banalità odierna - dopo il tema della felicità affrontato ieri mi restano ancora quei venti o trenta luoghi comuni da approfondire - è constatare che quando li interpelli come amici, raccontandogli le tue paranoie più radicate e profonde, ti sanno aprire gli occhi con rara oggettiva concretezza.
Lo dico perchè lo so, del resto ho la fortuna di avere due grandi amici maschi, persone che in modi molto diversi fanno parte di me e mi conoscono, ma più di tutto mi leggono dentro con facilità, da cima a fondo. 
Così lontani e così vicini, da non capirci niente, da non poterne fare a meno.
Non si sa se, alla fine, ne dico bene o male. Un po' e un po', è che oggi mi sento buona.



lunedì 21 ottobre 2013

Argomenti banali

Scrivere di felicità è un po' una cagata. Argomento astratto, troppo soggettivo, spesso frivolo. Però io questa considerazione la voglio fare, mi serve.
Capita spesso di sentire che non ci si rende conto della propria felicità se non dopo che la si è perduta. Oppure che non si è consapevoli di vivere il momento più bello della propria vita finchè quel momento non è irrimediabimente superato.
La considerazione probabilmente ha qualcosa di vero, un suo perchè. Di base è anche normale credere sempre che la vera figata della tua vita sia giusto lì che ti aspetta, dietro l'angolo, a portata di mano, tra un po'... Questo ragionamento non mi ha mai convinta del tutto.
Lo dico oggi che oltretutto è lunedì, esco da due settimane in cui la salute non è stata proprio ai massimi livelli e il lavoro traballa pericolosamente. Io sono felice. E lo so, cazzo se lo so.
Lo so proprio con chiarezza, senza dubbi, lo so perchè la mia famiglia è attorno a me, in salute, perchè ho amici veri e scelti, intelligenti e presenti. Lo so perchè torno a casa e trovo te, perchè credo che non potrò mai essere più bella di come sono adesso, consapevole dei difetti e meno intransigente, bella nel tuo sorriso che mi accoglie.
Certo ho speranze e sogni, come del resto da sempre, e come del resto tutti. Ma io sono felice adesso, con tutti voi che siete un pezzetto unico e insostituibile di questa felicità che tocco con mano. Di quella felicità che mi fa dire che ho tutto quello di cui ho bisogno, qui e ora. E non mi serve altro.



(voi due, se si parla di felicità, siete la prima immagine che mi bussa)

mercoledì 16 ottobre 2013

Una questione di aderenza

La prima cosa che mi è venuta in mente, per inaugurare questo ritaglio di me, è stata la metafora da vera casalinga due punto zero del bucato a mano. 
Oggi leggo che i ricercatori della Newcastle University hanno studiato il fenomeno delle grinzette da ammollo. Cioè immaginiamo un team di cervelloni che decidono di studiare il perchè delle piegoline morbide alle dita, da brivido.
La cosa suscita in me due reazioni: perchè non ho fatto la ricercatrice alla Newcastle University? mi ci vedo attorno ad un tavolo con esimi colleghi scienziati a dissertare di rughette. 
Non che con il mio attuale lavoro gli interrogativi siano molto più impegnativi, ma qui siamo davanti ad un professionismo che solo il team britannico mi può offrire.
La seconda reazione avviene nella lettura dell'articolo, da cui emerge che si tratterebbe di un retaggio evolutivo, grazie al quale avremmo più presa sugli oggetti. Tutta questione di grip insomma.
E quindi arriva la piacevole consapevolezza che paragonare il blog ad un bucato a mano, benché del tutto casuale, fosse proprio la visione che avevo in mente. 
Perchè ste grinzette, oltre a farmi immaginare di essere ottantenne e con l'artrosi, mi fanno pensare che il grip oggi come oggi, serve.




martedì 15 ottobre 2013

La sedia a stringhe

Oggi ho visto un albero di cachi. 
Ho pensato all'inverno, ad un pomeriggio insieme nella campagna carica di neve, ad una sedia a stringhe, rivolta verso la vallata.
Tu per me sei quel preciso momento, quella sedia, quello che non ci siamo detti: tu sei per me in un albero invernale.
Dicono che i cachi vadano raccolti solo dopo che tutte le foglie sono cadute. Noi due abbiamo aspettato e ora ci godiamo il sapore pieno e gelatinoso di un frutto raro, la nostra complicità.



sabato 12 ottobre 2013

Strisce pedonali

Quando guido generalmente faccio una cosa molto poco milanese, mi fermo per far passare i pedoni.
All'occasione aiuto anche le vecchiette ad attraversare la strada, ma ultimamente di sciurette in difficoltà ad un incrocio se ne trovano sempre meno e soprattutto sono incazzose e diffidenti, capace che rischi pure una borsettata in faccia.
Le ragioni per cui mi piace così tanto fermarmi per un gesto di minima cortesia e civiltà sono grossomodo due: il primo è che mi fa sentire bene, il secondo è che quello dietro si incazza come una iena.
Questa galanteria stradale mi ha messa davanti a una serie di pedoni tipo.
Il pensionato vigile. Ovvero quello che ti fermi, lo guardi, gli fai un cenno perchè nel frattempo non ha fatto nemmeno finta di muovere un passo, poi con la mano ormai in modo inequivocabile tenti di fargli capire che sei ferma lì per lui e niente. Lui alza il braccio e ti fa segno che ti lascia passare, con il tono del "vada, vada lei". Generalmente mi impunto e ostinatamente aspetto che passi lui. Come ti permetti di rifiutare un gesto cortese? Ti piace troppo lamentarti del fatto che gli automobilisti in questa città piuttosto che farti passare ti caricano a bordo eh? 
L'adolescente innamorato. Ha 16 anni, sta andando o tornando da scuola, ha in mano uno smartphone e sta chattando. Attraversa senza nemmeno guardare e in pratica devi frenare solo per evitare di metterlo sotto e di dover terminare al posto suo la conversazione.
La mamma grappolo. Quella che ha attorno a sè, come estensioni del suo stesso corpo, almeno due bambini, un cane, le borse della spesa. Lì ti fermi perchè è divertente veder passare la carovana e soprattutto perchè pensi che un giorno la mamma grappolo potresti essere tu, quindi meglio portarsi avanti col karma.
La signora di mezz'età coi cani. Ha sui 50 anni, almeno due o tre cani al guinzaglio e il sacchettino con la merda raccolta, segno di grande civilità. Sta ferma, fissando le macchine che arrivano, aspetta paziente il suo turno. Quando vede che sei fermo, con le ruote incollate, allora osa attraversare e, con la mano con cui regge le deiezioni canine, ti fa dei cenni di ringraziamento molto calorosi e ti sorride.
Il manager rampante. Questa categoria mi fa venire voglia di smettere di essere gentile. E' in procinto di attraversare, si sta facendo i cazzi suoi parlando al telefono, consultando il suo I-Cal o salvando il mondo. In pratica non guarda, attraversa e basta. Interpreta le strisce come un diritto assoluto di precedenza e quel diritto intende goderselo fino in fondo. Se per caso ti fermi per farlo passare, manco ti ringrazia, ha troppe cose da fare.




giovedì 10 ottobre 2013

Caterina non smettere di cucinare


Per essere oneste io e te non ci siamo mai piaciute. Sei sempre stata troppo sbrigativa e concreta, molto poco affettuosa, per carattere, e io me ne sono sempre accorta.
Perchè adesso magari mi si frega facile, a quei tempi proprio no. Sentivo la tua freddezza e d'istinto mi scansavo. 
Poi sei morta e ho iniziato a capire, a ritrovare in me tratti di belligeranza e di caparbietà visti mille volte in te. Nel frattempo sono diventata anche io una donna e ti ho perdonato quasi tutto. Quasi.
Prima dell'estate ho trovato in cucina da mia madre un quaderno, scritto in un bel corsivo, calligrafia elegante e obliqua, la tua mano.
Sfoglio con calma e trovo tutti i tuoi cavalli di battaglia culinari, ma non solo. Ci resto male perchè io a casa tua ho sempre mangiato i soliti due o tre piatti. Gnocchi al pomodoro - fatti a mano da te - cotoletta, zucchine in carpione. 
Sfoglio e leggo e trovo cose meravigliose, piatti impronunciabili, dal gusto un po' europeo, stramberie in gelatina, fintipesci, note a margine che oggi fanno sorridere facendo parte di un tempo che non c'è più, un tempo in cui io non ero ancora in programma, un tempo in cui tu eri giovane e cucinavi, cucinavi e amavi.
Io ti ho conosciuta che eri già vecchia e da un bel pezzo la voglia di cucinare se n'era andata, come forse lo slancio d'amore più puro e profondo.
Le tue ricette e le tue note a margine sui tempi di cottura o sul prezzo delle pietanze mi hanno parlato forse più di quanto abbia mai fatto tu stessa. Mi chiedo solo perchè tu abbia insistito così tanto per insegnarmi la pittura ad olio ma non mi abbia mai messa con le mani dentro a una fontanella di farina e uova.
Sono passati anni e chissà cosa diresti se vedessi questa me di oggi, forse mi ameresti in un silenzio algido, come tuo solito, e non diresti proprio un bel niente. Ma tanto ormai ti ho capita, stai tranquilla, possiamo fare pace.




mercoledì 9 ottobre 2013

Siamo un ossimoro, io e te.

Un ossimoro, due che di per sè non avrebbero un cazzo da dirsi, anzi, due che discutono e si animano, due che la vedono diversamente su quasi tutto, due approcci diversi alla vita, due respiri che si uniscono, per aiutarmi con Zampaglione, e non sanno manco come.
Di fatto per amare te ho dovuto capire al millimetro chi sono io, dove inizio e dove finisco, limiti e prospettive, verità e bugie, cazzi e mazzi insomma.
Amare te, dopo questo lavoro di taglia e cuci, è anche facile, seppur con le doverose tappe. Tappe che posso riassumere in due azioni fondamentali e salvavita (la mia con te, ovviamente).

Imparare una nuova lingua. Perchè il palermitano non è semplicemente un dialetto, è un modo di essere. Per me, che ormai sono un livello europeo B1 (ascolto e capisco abbastanza, interagisco un poco e il contesto generale mi è chiaro), significa esprimersi con tutto il sentimento che si ha, è la lingua del cuore. Nel bene e nel male, in modo democratico e bilanciato. Per ogni azione il palermitano non si limita ad un commento, no, ti regala una metafora. La prima su tutte, agli albori di un rapporto nord-sud tutto da inventare, fu: "abbiamo ospiti?" Non è dialetto in senso stretto, ma è vettore di una filosofia di vita, dove l'abbondanza è bene. Povera bambina lombarda e denutrita, cresci, dai che ce la puoi fare a friggere 'sta milinciana.

Imparare a cucinare. Come condire un'insalata è stato un tema che ci ha appassionati per settimane, ancora oggi se non mantengo il massimo della concentrazione rischio di sbagliare e di farmi chiedere, immancabilmente, se ho condito o no. Il punto non è la tecnica, ma la quantità. Severamente alle mie spalle osserva e sorride benevolo solo quando il livello di olio raggiunge quello delle foglie di insalata. Insalata che - ca ti manciassero i cani i mannara - deve essere lattuga e in particolare deve essere tagliata in strisce sottili, altrimenti ti senti una tartaruga, amore mio.

Settimana scorsa abbiamo cucinato io e te, anelletti al forno, una ricetta impegnativa, che richiede la preparazione di tante cose e il saperle unire in modo armonioso. Una ricetta tipica palermitana, tanto che per farla abbiamo salito il pacco di anelletti Barilla (ma la cagata degli spot Guido ancora non l'aveva detta) imboscandoli in valigia di ritorno dalle vacanze estive.

Ecco vedi che lo sappiamo come si uniscono i respiri? Facendo gli anelletti al forno, io e te, un ossimoro.


Quanto giudizio!

No, non si tratta di ipocondria, solo di giusta informazione. Grazie al web so sempre di cosa sto morendo.
Ad esempio proprio stamattina so, dopo attente analisi su yahoo answer, supportate da forum moderati da medici veri, di essere affetta da pericoronite. In pratica il dente del giudizio spinge come un sedicenne contro le transenne al suo primo concerto, causando un dolore e un intontimento davvero notevoli.
Sono al terzo antidolorifico e ancora non ho capito perchè non riesco ad aprire la bocca in modo normale e anche le parole escono in sussurri.
In tutto questo è quasi ora di pranzo, ho lo sbrano classico delle ore 13.00 e mi serve assolutamente una bocca di riserva. O magari la carbonara oggi me la frullano?
Come tipicamente avviene questa sera ho una cena con amici e sarà bellissimo tentare di infilarmi del cibo cinese in bocca con le bacchette (che la forchetta è cafona) non potendo contare sull'abituale apertura mandibolare, quella che di solito mi permette di parlare, mangiare e ridere, tutto allo stesso momento.
Yahoo answer mi dice che dopo una terapia di antibiotici e antidolorifici solitamente si procede all'estrazione. Sia chiaro che su questo punto certamente sbagliano, o quantomeno il mio giudizio non lo avranno mai! Quei quattro blocchettoni in fondo alla bocca li ho, mi sono stati forniti, li tengo.
L'unico neo di questo piano perfetto è che non sopporto il dolore. Cioè, lo tollero meglio di qualsiasi maschio di mia conoscenza, ma odio stare male. Mi sento fiacca, piccola, indifesa, svogliata, e non mi piace.
Quindi caro molare in fondo a sinistra, datti una calmata in fretta perchè va bene che sono contro l'estrazione, ma così mi stai sfidando.


martedì 8 ottobre 2013

Cose sorprendenti e zucchine in padella

Fra le tante cose che mi possono ogni giorno stupire, rendendo la mia normalissima vita di trentatreenne un carnevale, metto senza incertezza la telefonata che ho ricevuto domenica pomeriggio.
Panoramica veloce sull'ambiente circostante: divano (sotto), cuscini (ovunque), fidanzato (accanto), un film che nessuno dei due sta guardando e che alla fine entrambi battezzeremo come "una gran cagata, l'hai scelto tu!".
Squilla un cellulare ed è il suo, due chiacchiere veloci e mi passa l'interlocutore misterioso, che è poi sua madre.
Rispondo con baldanza e il mio cervello si prepara a dare il massimo, che neanche una partita a Ruzzle.
Bene signori, mi ha chiesto una ricetta piaciuta moltissimo all'altro figlio, più piccolo, ospite da noi a Milano la scorsa settimana. 
E qui due considerazioni mi squarciano e mi illuminano, come una torcia elettrica di felicità.
La prima: sto parlando di una donna che cucina ai massimi livelli possibili, dico solo che è palermitana per dire che rapporto possa avere con l'arduo compito di sfamare tutti in mille modi creativi e saporiti. Ho detto palermitana, non serve aggiungere altro.
La seconda: la ricetta incredibile, tenersi forte mi raccomando, sono le mie famose zucchine in padella. In pratica due zucchine tagliate a rondelle e buttate sul fuoco con un filo d'olio, acqua e a fine cottura, un mezzo dado di carne, così per insaporire. Roba da cucine da incubo, roba che quando proprio non ne puoi più di pomodori in insalata anche a novembre decidi che malgrado la pigrizia una verdura la puoi anche cucinare di tanto in tanto e ti butti sull'alternativa più facile e rapida che conosci. Ovvero: le zucchine in padella. Nemmeno trifolate, sono proprio buttate in padella e stop. Niente aglio, niente prezzemolo, insomma la mia lombardità fatta a ricetta.
Poi capita la magia che questo super piatto venga apprezzato da chi vive con la regina della melanzana fritta, dell'anelletto al forno e degli involtini di pesce spada e io mi illumino di una felicità piccola ma sincera. Soddisfazioni che vanno assaporate. Ah... rubate pure la ricetta, assaggiare per credere!


(qui si ammirano i tipici "spitini" con le celeberrime zucchine al nulla)

sabato 5 ottobre 2013

Faccio il bucato

Di recente mi è capitato di avere sempre più tempo a disposizione, tempo in meno per lavorare, tempo in più per tutto il resto.
E tutto il resto invece di spaventarmi, spazio vuoto da riempire, mi accoglie e mi stimola, mi offre nuovi interessi e mille possibilità.
Questa scoperta di un tempo solo mio e di una potenzialità prima inespressa, stritolata dentro le otto-dieci ore lavorate a testa bassa, mi riempie di un'euforia che provo solo quando mi ritrovo in qualcosa di davvero inatteso. Come infilarmi nei jeans più stretti che ho senza aver fatto nulla per entrarci, come scoprire una nuova amica, come ritrovare il basilico ancora vivo al ritorno da un lungo viaggio, come il sapore buono di qualcosa che prima non mi convinceva.
Felicità che voglio espandere e condividere, e lo faccio così.
Tempo a disposizione per pensare a quello che ho attorno e per studiarlo più a fondo. E anche se poi alla fine non è che scavo e trovo sempre cose belle e basta, che va bene essere felici ma mica tutti i giorni, che sennò sarei semplicemente scema, mi serve uno spazio. 
Uno spazio in cui posso lasciare questi pensieri nuovi in ammollo per un po', stenderli ad asciugare per poi raccoglierli e vedere se durante il lavaggio per caso si sono ristretti o scoloriti. Però faccio un bucato a mano, non in lavatrice, non mi basta mettere il detersivo e schiacciare un bottone. Qui voglio bagnarmi le mani, farmici venire le grinzette e i bordi bianchi, fare una bella schiuma e sentire il profumo del sapone. Risciacquare con calma osservando l'acqua sporca e colorata che scivola via, sfregare bene e poi strizzare tutto con energia e convinzione. In fine, trovare un posto creativo in cui stendere, attaccando le mutande al rubinetto della doccia, posando un calzino sul termosifone, appendendo un vestito accanto alla tenda della doccia.