venerdì 23 maggio 2014

Giovanni e Francesca

"E' morto, è morto nella sua Palermo, è morto fra le lamiere di un'auto blindata, è morto dentro il tritolo che apre la terra, è morto insieme ai compagni che per dieci anni l'avevano tenuto in vita coi mitra in mano. E' morto con sua moglie Francesca. E' morto, Giovanni Falcone è morto. Ucciso dalla mafia siciliana alle 17:58 del 23 maggio del 1992" (di Attilio Bolzoni).

L'articolo prosegue, crudo e dettagliato, a tratti insopportabile. E' toccante e mi fa commuovere il modo in cui Bolzoni chiude il pezzo, con il racconto di cosa rispondeva Falcone a chi gli chiedeva se non avesse paura di morire, ovvero questo:  "Per me la vita vale come il bottone di questa giacca, io sono un siciliano, un siciliano vero".

Non desidero essere retorica e sulla vicenda non sono certo la più titolata a parlare, questo è semplicemente il mio modo per ricordare, oggi, un uomo di cui parlerò ai miei figli.
E parlerò loro anche di Francesca.

Chi volesse leggere l'articolo di cui parlo, lo può trovare qui:
http://www.repubblica.it/online/politica/falconedue/queigiorni/queigiorni.html








giovedì 22 maggio 2014

Rompere il fiato

Chiunque abbia mai provato a svolgere una qualsiasi attività fisica sa che il momento in cui rompi il fiato è cruciale.
Inutile mentire: stai per mollare. 
Non ce la fai più, credi che non ti sia davvero possibile andare ancora oltre e tutto sommato pensi solo a smettere di faticare.
Il dolore è in ogni centimetro del tuo corpo, il bruciore nei muscoli è l'unica cosa che riesci a sentire, sei praticamente pronta a cedere.
Poi, come per magia, succede che rompi il fiato e quello che fai non ti sembra più impossibile. Smetti di annaspare e ti godi ogni gesto, con una consapevolezza diversa di ogni singolo arto, come se fossi tutta nuova.
E' il modo più semplice per raccontarvi come sto. Ho rotto il fiato, la fatica si sente sempre, ma la fase di panico è terminata. Ci godiamo la nuotata, io e Esther.