sabato 30 novembre 2013

No Surprises

Non per dire, ma che oggi ci saremmo tutti svegliati con la neve si sapeva già da martedì. Se mi si voleva togliere anche quell'elementare senso di stupore nello scostare le tende, sveglia da poco e piedi sulle piastrelle, e vedere tutto avvolto da quella speciale magia ovattata, bene, è andata. 
Certamente mi si potrebbe contestare che non sono costretta a guardare le previsioni, ma in ogni caso è da tutta la settimana che parlando con gli amici si commenta la sicura neve di sabato. 
Quindi stamattina mi sono alzata, ho scostato la tenda, ho visto la neve scendere, ho maledetto meteo.it e sono tornata a letto, senza nemmeno un brivido di piacere, sapevo già tutto.
Le previsioni del tempo e il controllo web di tutto quello che ci riguarda e ci circonda mi ha privata di una gioia piccola ma che mi portavo da sempre, da quando ero piccola.
E allora per rispondere oggi mi vesto come l'abominevole donna delle nevi e passo il pomeriggio sul terrazzo ad addobbare il mio abete vero, con gli aghi che se non stai attento ti pungono e ti si infilano sotto le unghie, respirando forte l'odore dell'inverno.




mercoledì 27 novembre 2013

Pelo e contropelo

Le pellicce ormai esistono solo in Brianza, non luogo geografico, ma stato dell'anima. Cosa mi tocca vedere con questi stanchi occhi ogni giorno è presto detto: agguerrite donne di mezza età con chiara tendenza a sperare di dimostrare almeno vent'anni meno. Il modello a cui tendono è Grecia Colmenares ai tempi di Topazio, capello biondo fluente del genere "dietro liceo, davanti museo", gioielleria visibile da cento metri prima e da settimana scorsa il must-have: la pelliccia.
Quello che non smette di stupirmi è che qualcuno qui in zona deve aver sparso la voce che il pelo è tornato di moda. In nessun altro posto - Milano per dire, che di cose strane ne offre costantemente - ho visto un revival così massiccio.
Addirittura al mercato, che qui a Monzabrianza è appuntamento imperdibile di ogni sciura rispettabile il giovedì mattina, è presente il banco delle povere bestiole. Diciamo che con una base d'asta di mille eurini ti porti a casa il tuo bel marchio di fabbrica della Topazio brianzola, chiaramente accettano le carte di credito.
Posto l'unico pelo di cui sono disposta a circondarmi.



martedì 26 novembre 2013

L'importanza di essere Franco

Oscar Wilde, con quel modo tagliente e cinico, tutto anglosassone, di presentare le cose, mi è sempre piaciuto più degli altri suoi contemporanei. Mi ha sempre affascinata l'ironia come arma di distruzione di massa, per dire tutto quello che realmente pensi, ma facendo finta che tutto resti in una dimensione di puro scherzo. Si possono dire cose orrendamente sincere, direttamente e senza nemmeno essere scortesi... ah che bellezza l'ironia.
Quest'estate alcuni amici palermitani mi hanno dato un soprannome che mi sento perfettamente addosso e che credo mi rappresenti piuttosto fedelmente: Franco.
Ora, superato lo scoglio di genere, considerato che al femminile del resto mi ha sempre fatto schifo e, in ultima analisi, capito che Franco u Vastiddaru è un punto di riferimento gastronomico notevole nella fitta mappa di golosità palermitane, ho proprio capito che per me è importante essere Franco.
E la figata vera è che, dentro questo soprannome/concetto/modo di essere, ci trovo e ci butto dentro una marea di cose, cose che mi piacciono tutte o forse non proprio, ma sono le mie.
Poi diciamolo, il novanta per cento dei film d'azione più belli ha un protagonista che si chiama Frank, Frankie o Frensis. Che è un po' come ci si deve sentire ogni giorno per andare avanti, protagonisti del proprio fottutissimo film.






mercoledì 20 novembre 2013

Egoismo e condivisione

Non capirsi a volte è utile. Cioè serve se poi almeno uno dei due si domanda per quale motivo non c'è più la complicità di prima e tutto sembra girare al contrario di come dovrebbe e di come ha girato fino a quel momento.
Cambiano le circostanze, cambiano le persone, deve cambiare anche il modo di capirsi e di condividere.
La condivisione non si può pretendere, non si può forzare, ma si può comunque scegliere di essere onesti con se stessi, cosa che per lo più consente di esserlo anche con gli altri.
A volte mi è capitato di pensare che il mio amore e il mio affetto non fossero ricambiati con la stessa profonda visceralità con cui io a mia volta li elargivo. In certi casi mi impermalosisco con niente.
Sbagliavo, e di grosso anche. Proprio come in una storia d'amore anche in amicizia c'è il momento in cui bisogna aprire tutto e darsi, senza risparmio, senza guardare il ritorno. Il momento per ricevere arriverà, non nell'asettica consequenzialità di un reciproco scambio, ma quando ce ne sarà bisogno.
E allora anche quando la tentazione di cedere al bieco egoismo è forte e bussa insistente, c'è da restare saldi nella propria poltrona e dare, dare senza risparmio. Unicamente perché se in quel momento sei in grado di farlo non hai davvero alternative, sarebbe egoismo negarsi. E va bene permalosa, ma egoista no.


martedì 19 novembre 2013

Non etichettatemi

Di cose strane se ne sentono parecchie, ma questa merita proprio. Negli anni '80 andava di moda comperare abiti firmati e poi lasciare l'etichetta in bella mostra, status simbol inalienabile e dichiarazione pubblica di benessere, su una manica.
Oggi no, oggi la si nasconde e ci si esce assieme.
Mi spiego meglio: l'etichetta non si esibisce più ma nemmeno si stacca, no si imbosca per benino e si è pronte. Via a trascorrere una bella serata sfoggiando quel che più ci piace, tanto poi il giorno dopo si restituisce al negozio, l'etichetta è lì per quello no?
Scoprire questa pratica mi ha messa di fonte a due verità incontrovertibili: la prima è che io sono una fessa indefessa e a certe cose mai farò l'abitudine, la seconda è che preferivo i finti yuppies.
Nell'etichetta "cachemire" preziosamente conservata sulla manica del cappotto trovo un che di naif, un po' come schiarirsi la voce, salire sulla sedia e recitare la poesia. La faccia almeno ce la stai mettendo, seppure in una figura potenzialmente di merda.
Nella nuova versione della fighetta 2013 invece non c'è coraggio, non c'è orgoglio esibito, anzi, ci sono sotterfugio e magheggio, mala fede e ostentazione di un guardaroba che in realtà non è il tuo.
E poi, sopratutto, che poca personalità, che poco stile, che tristezza. Manco capace di decidere cosa ti piace e scegliere di comperartelo.
Infine, mi chiedo, a me di solito succede che ogni etichetta prude e irrita e quindi taglio via e strappo come una forsennata, che si tratti di Tezenis, mutanda a 2,99 euro, o che sia un cappotto di Moschino, ma come fate ad andare in giro coi cartellini attaccati?!?


mercoledì 13 novembre 2013

Tutti vogliono il mio free drink

Basta uscire, andare all'Alcatraz, che ormai è un po' il prolungamento del soggiorno di casa di tutte noi, ritrovarsi assieme ad aspettare di saltare e cantare e ballare come le pazze, non farlo perchè le canzoni non erano quelle che volevamo noi, ma bere svariati litri di birra e riderci sopra. 
Ecco qua, il grande mistero del divertimento svelato. 
Certo ieri sera c'era la spinta in più... ma andiamo con ordine. 
E' cosa nota che la birra media all'Alcatraz costi sei fottutissimi s-e-i euro, cosa che trovo immorale per svariati motivi, primo fra tutti per le quattro monete di resto che mi tocca sciropparmi ogni volta. Per non parlare del fatto che tanto è birra della peggiore qualità e praticamente è un furto legalizzato. Del resto se il locale si chiama Alcatraz qualche motivo ci sarà. 
Dopo il primo giro di birre pagate da brave bambine salta fuori il braccialetto magico, quello che abbinato ad un bel sorriso smagliante permette a chi lo indossa l'accesso nel privèe (che poi è un soppalco pulcioso e male aerato) in cui svetta la presenza dell'open bar. Fin qui diciamo, niente che non sia già capitato altre volte.
La svolta di ieri è stata generata dal fatto che all'open bar i drink venivano serviti in bicchieri di plastica rigida e quindi è partito il gioco "bevi bevi che mi faccio il servizio da trentasei".
Tra persone normali ovviamente ci si sarebbe fermati molto prima, ma noi no, noi amiamo la competizione e se una dice che vuole il servizio da trentasei, noi obbedienti, beviamo come delle spugne perchè la missione si compia con un trionfo.
Tornando a casa, senza bicchieri (perchè dopo otto traslochi impari che la lontananza da ogni bene materiale fa stare meglio e soprattutto limita il numero di scatoloni), ho pensato che di serate così spensierate ne vorrei altre mille. Ve ne regalerei ogni sera di bicchieri, solo per vedere quei sorrisi larghi e quelle belle facce piene di serena felicità.



martedì 12 novembre 2013

Oggi è un addio

Ti conosco da dieci anni e non so più chi sei e fa male, cazzo se fa male. Non è successo proprio oggi, o ieri, è successo da tempo, solo che probabilmente non l'ho voluto vedere, perchè mi avrebbe ferita troppo. Capita poi che la vita di tutti i giorni ti metta davanti alle cose per come sono, nella loro semplice e cristallina realtà, anche se non vuoi.
Faccio una domanda banale e la tua risposta mi destabilizza completamente, come un pugno in faccia dato da un pugile. Non mi saltano i denti fuori dalla bocca, però resto rintronata, grugno a terra. Nel mio angolo ci sono angeli delicati che cercano di ricacciarmi indietro le lacrime, che mi detergono il sudore e tentano di convincermi a rimettere i guantoni, a lottare.
Io forse non ce la faccio però... del resto tu stai raccogliendo l'applauso del pubblico, sorridi felice e alzi le braccia, già pensando al prossimo incontro, alla tua gioia attuale.
Non capisci che per me si parla di ritiro, che non trovo più le ragioni, nel mio cuore, per tenere questi stupidi cocciuti piedi sul ring. La fiducia totale in te, l'amore puro e sincero, il tifo incondizionato per tutto quello che ti riguarda, lo sguardo benevolo e attento alle tue scelte, la giustificazione sempre e comunque.
Ci sono delle regole, anche sul ring, tu non le rispetti da tempo, io ho finto di non accorgermene, ma non ora. Non posso più, non con gli occhi pieni di lacrime e il cuore alla deriva.

Affinità elettive

Ci sono persone che amo, ma non capisco. E sono tante. Alcune fanno parte di un albero genealogico condiviso e quindi negli anni ho imparato a gestirle, non potendo del resto farle deflagrare, altre invece me le sono andata a pescare chissà dove e ora girano nella mia vita con un grande punto interrogativo sottobraccio.
Pare chiaro che non tutti possano o debbano essere da me capiti. Però aiuterebbe, almeno con gli amici diciamo.
L'equivoco si basa sul fatto che per me il concetto di amicizia è molto vicino alla somiglianza. Mi sento davvero amata e a mio agio solo se trovo sorellanza in uno sguardo, in un sorriso, in una telefonata gentile o forse anche solo in uno sguardo complice. 
L'interrogativo che gira nell'aria, in questo freddo e ventoso autunno, è il seguente: ha senso mantenere in vita un rapporto di amicizia se si smette di capire e, quindi, di essere capiti? Se la vita dell'altro ti calza come una Sergio Rossi col calzettone di spugna, si va avanti lo stesso? 
L'interrogativo non mi abbandona già da tempo ed è anche diventato argomento di confronto con chi invece di punti interrogativi sotto al braccio per me non ne ha e non ne ha mai avuti. Occhi limpidi e verdi, che ogni giorno sono lì, con complicità, per me.






giovedì 7 novembre 2013

Happy Hour

Il momento che più mi piace della giornata è quell'ora particolare, fra le sette e le otto, in cui torno a casa e trovo la mia vita che mi aspetta.
Inizia tutto lì. Può essersi verificata qualsiasi cosa durante la giornata, non importa. Uno dei miei due amori mi scodinzola felice incontro, sperando subito in una bella passeggiata assieme, l'altro non mi corre incontro ma mi aspetta, che non è poco.
La mia vita inizia con l'happy hour, al netto di quei otto euro per pizzette rinsecchite e bevute annacquate. 
Apro la porta, sento odore di casa e mi rilasso. Subito inizia il fitto chiacchiericcio in cui ci si racconta quello che è successo al lavoro oppure qualche novità riguardante amici e parenti. 
La faccenda si fa seria quando pronuncio la fatidica frase "che ci mangiamo per cena?"ma a parte questo picco drammaturgico la trama si svolge serena e fila spedita.
La serata passa sempre troppo velocemente e in un attimo sta già suonando la sveglia, un bacio frettoloso dato a occhi sigillati e la giornata è pronta per inghiottirci.
Dovrebbe essere tutto alla rovescia, otto ore per stare con le persone che amiamo, occuparci di loro, avere il tempo per guardarle in faccia e condividere qualcosa. Poi le ultime due o tre ore della giornata le potrei pure dedicare a produrre, mica sto dicendo che non si debba più lavorare del tutto...




domenica 3 novembre 2013

Svegliarsi male

Basta poco per mandare in vacca l'intera giornata. Nel caso specifico basta un risveglio meno morbido del solito. Le prime ore dopo il risveglio sono per alcuni una fase di transizione delicatissima, come una manovra di un trasporto eccezionale. Luci lampeggianti, cartelli che segnalano il pericolo e almeno un paio di macchine di sicurezza che incanalano il convoglio nella giusta direzione. Se tutte queste complesse manovre non avvengono nell'esatta sequenza e con la delicatezza indispensabile perchè il carico sporgente e ingombrate non travolga quello che sta attorno, si verifica, puntuale, la catastrofe.
Dico catastrofe perchè poi non è così facile rimettere tutto al posto suo, perchè il carico eccezionale mica puoi semplicemente prenderlo e rimetterlo al suo posto, altrimenti non sarebbe "eccezionale", sarebbe normalissimo e tanti saluti.
Allora bisogna chiamare gli esperti, che conoscano la materia e sappiano come intervenire senza fare ulteriori disastri. Gente che di sfaceli e calamità ne sa una cifra, gente che esce di casa con l'elmetto in testa e le scarpe anti-infortunistiche. Gente che sa come traghettarti fuori da una situazione di merda.
Certo, l'importante è lasciare che facciano il loro, concedere un'opportunità. Stamattina forse mi girano troppo anche per far intervenire gli specialisti.